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Gen
17
2014

QUEL CHE RESTA DELL’URSS È UNA MOSTRA

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“Il piedistallo vuoto” al Museo Civico Archeologico

BOLOGNA. Con la vecchia divisa che un custode scomparso ha abbandonato sulla sedia, Roman Ondak invita al silenzio, “Silent please”.
Enter the Ghost, exit the Ghost, avverte poco lontano la scritta al neon di Armando Lulaj. Attinti all’immenso corpo comunista fatto a pezzi negli anni tra la caduta del Muro e la dissoluzione del-l’Urss, sono qui riuniti brandelli visivi, documenti, sguardi, opere d’arte, artisti. E non è certo per caso che il curatore Marco Scotini abbia scelto le sale di un museo archeologico, il civico di Bologna. Ma Il piedistallo vuoto. Fantasmi dal-l’Est Europa, che prende forma nell’alveo di Artefiera, inaugurandosi il 24 gennaio per poi proseguire oltre la mostra mercato, non è un paesaggio di rovine post sovietiche, né di reperti. Lo si può immaginare, piuttosto, come una teoria di mutevoli stanze, infestate da spettri e altre invisibili presenze, o visibili assenze. Le abitano una quarantina di artisti, alcuni sono più che noti (come Marina Abramovic, Emilia e Ilya Kabakov, Adrian Paci, Pawel Althamer), altri meno; appartengono a generazioni diverse, e il loro lavoro si è sviluppato negli anni precedenti e successivi la caduta del blocco sovietico, nei paesi oltre la Cortina di ferro. Le opere esposte a Bologna provengono tutte da grandi collezioni private – Sandretto Re Rebaudengo e Maramotti, Trussardi e Enea Righi, Unicredit e La Gaia di Torino – e testimoniano della loro indubbia lungimiranza. «Alla fine degli anni Novanta – racconta Scotini – ero io che viaggiavo da Mosca a Tashkent, alla ricerca di artisti. Ho voluto impormi la costrizione di creare una mostra solo con le opere presenti in Italia. Ed è stato sorprendente, perché alcune grandi collezioni possiedono pezzi davvero importanti». Raccolti non solo dopo la caduta del Muro, ma anche prima, tra le avanguardie degli anni Settanta. È una prospettiva privilegiata per interrogarsi, scoprire e svelare, senza indulgere nella nostalgia di un modello collassato. Quel piedistallo vuoto, evocato nel titolo, testimonia certo la rimozione iconoclasta di un passato, l’incompletezza di un presente smarrito, ma anche l’attesa, o il presentimento, di ciò che del passato prenderà il posto.

«Qualcosa che ritorna, ma non c’è ancora stato», sintetizza il curatore. L’artista kazako Yerdossim Meldibekov lo traduce in immagini accostando in un dittico (Family Album, 2008) la fotografia ricordo del monumento a Lenin (prima) a quella di un monumento nazionalistico- religioso (dopo), senza che muti l’atteggiamento formale delle figure umane ritratte, sorridenti e fiduciose. Il lituano Deimantas Narkevicius, invece, ha montato a ritroso il video del reale smantellamento di una statua di Lenin, di modo che la fine coincide con l’apparente innalzamento del simbolo (Once in the XX Century, 2004). Vyacheslav Akhunov, scrittore ed artista, all’epoca trentenne, ha iniziato a censire piedistalli in diverse città sovietiche fin dal 1978, disegnandoli. Così, nell’itinerario dei “Fantasmi dell’Est”, a una sezione dedicata a “Il teatro del gesti” e ad artisti performativi come Jiri Kovanda o il più giovane Jaan Tomik, segue “L’archeologia delle cose”, dove sono predominanti la scultura e l’installazione, anche di grandi dimensioni come I trust the liar, with pleasure, tea di Thea Djordjadze (2011) o i cento oggetti ordinatamente composti da Katerina Seda in Over and over (2008), i mobili del tinello accatastati da Emilia e Ilya Kabakov (1989) o il Cosmorama di Robert Kusmirowski (2010). Senza rimpianti né illusioni, gli occhi aperti sull’ignoto, in attesa. Si visita fino al 16 marzo.

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