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Ott
30
2010

L'arte del disgelo

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Mentre alla Fondazione Re Rebaudengo di Torino una mostra riporta all’attualità la forza visionaria delle avanguardie russe, nei sotterranei medievali del Louvre diciannove artisti dell’ex impero sovietico esibiscono opere che propongono il loro personale contrappunto al museo

«Storie che si intrecciano, territori che si sovrappongono»: la frase di Edward E. Said coniata per descrivere il suo Cultura e imperialismo potrebbe ben figurare come sottotitolo per Contrepoint russe, la mostra che fino al 31 gennaio 2011 presenterà nei sotterranei medievali del Louvre le opere di diciannove artisti russi inserite in un complesso gioco di rimandi col moloch museale che le sovrasta. Infiltrare schegge contemporanee all’interno delle collezioni permanenti non è d’altronde una strategia nuova per i curatori parigini, visto che l’esposizione russa è stata preceduta tra il 2004 e il 2007 da un ciclo di tre diversi Contrappunti ispirati a una medesima logica: ridefinire l’aura sacrale del museo grazie agli stranianti interventi in situ di artisti quali Anish Kapoor, Christian Boltanski, Luciano Fabro, Claudio Parmiggiani, Giuseppe Penone. Pur badando a non porre sgraditi ostacoli concettuali sul percorso dei visitatori che, mappa alla mano, si dirigono verso la Gioconda o la Nike di Samotracia, Marie-Luise Bernadac (curatrice anche di Contrepoint russe) seppe, nelle edizioni precedenti, sollecitare gli autori coinvolti perché innescassero cortocircuiti visivi di grande impatto come C-Curve, scultura riflettente di Kapoor in cui si rispecchiavano ieratici guerrieri assiri. Oppure l’installazione concepita da Boltanski per la sezione medievale dell’ala Sully, dove ai reperti rinvenuti durante gli scavi delle antiche fondamenta venivano accostati autentici objets trouvés: gli effetti personali dimenticati ogni giorno nelle sale dai visitatori.
Benché possa sorgere il dubbio che questa prassi contrappuntistica sottintenda una funzione ancillare dell’arte contemporanea, «sfruttata» come provocazione per disinnescare gli automatismi percettivi dello spettatore, non si può non apprezzare la lievità ironica della riflessione che lo sfondo parigino ha suggerito agli interpreti russi del progetto. Molti di loro infatti, messi a confronto con le mura ciclopiche del Louvre di Carlo V, hanno proposto opere che indagano lo statuto dell’oggetto artistico all’interno dell’istituzione museale e, in parallelo, il ruolo dell’artista «neoassunto» nella industria del turismo culturale. Una boccata di aria fresca rispetto a temi già esplorati, se non esauriti, quali il proprio passato sovietico o la rilettura del lascito avanguardistico (anch’essa presente in mostra, sebbene confinata a una angusta saletta). Rinunciare alla propria creatura – l’«installazione totale» – in omaggio a quell’onnicomprensivo Gesamtkunstwerk che è il Louvre: questa la scelta oculata di Ilya Kabakov, consapevole che qualsiasi architettura fittizia sul tipo delle sue celebri cucine comunitarie o delle sue toilette sovietiche sarebbe stata risucchiata dalla struttura totalizzante del museo parigino come da un buco nero. Intorno al massiccio donjon, la torre che nel XIV secolo custodiva il tesoro del re, l’artista «si limita» a dispiegare i parafernalia effimeri di sette installazioni ideate nel 2000: schizzi quasi infantili, deliziosi modellini in legno posizionati lungo il percorso circolare imposto dalla topografia del luogo. Il tracciato labirintico della mostra si trasforma qui in cerchio incantato, giostra surreale – un’impressione amplificata anche dal carattere onirico dei progetti, come il visionario Trampolino per Icaro o la meditativa Casa dei sogni, esposta nel 2006 alla Serpentine Gallery di Londra.
La forma circolare torna in Rotunda II, luminosa installazione di Aleksandr Brodskij posizionata nei giardini delle Tuileries in contrappunto rispetto ai sotterranei oscuri che ospitano il resto dell’esposizione. Come sempre nelle architetture irregolari dell’artista moscovita (minate da interventi che le rendono lievemente sghembe o instabili) anche qui, in quest’ariosa struttura di legno bianco, l’imperfezione della forma diventa pegno di potenziato lirismo, come dimostrano i ghirigori infantili, tracciati col dito su finestre impolverate ad hoc.
Tornando alle viscere del Louvre, se un’invincibile sensazione di «già visto» spira dal trompe l’œil di Aleksej Kallima (che sbarra il passo al visitatore, dichiarando che la mostra è ancora in via di allestimento), assai più convincente appare il video di Vadim Zakharov La fine (2010). Sulla peculiare texture di fondo creata dalle pietre delle mura trecentesche, Zakharov proietta se stesso seduto nella neve, mentre con una buffa cresta posticcia in capo legge in un incerto francese la propria confessione di artista in crisi, nauseato dall’ambiente aggressivo e vacuo che lo circonda, paralizzato da un gelo interiore che gli ricorda quello sperimentato dai soldati francesi in Russia durante la campagna napoleonica del 1812. La «obbligatorietà» del progetto ufficiale in cui l’artista si vede coinvolto (il 2010 è l’anno del gemellaggio culturale tra Russia e Francia) si trasforma così in occasione catartica per smarrire se stesso tra i fantasmi della Storia e per depistare lo spettatore grazie a un nuovo alter ego (certo meno giocoso dei precedenti). Intrecciare storie è anche la strategia scelta da Ol’ga Chernysheva per il video Museo Russo. Qui le sagome dei visitatori, che riflettendosi nel vetro dei quadri finiscono per interagire con le figure dipinte, sembrano alludere al dialogo tra generazioni implicito nella trasmissione dell’eredità culturale. Ma a giudicare dal petulante commento sonoro (i luoghi comuni ripetuti meccanicamente dalla guida di fronte alle opere) questo passaggio di consegne si rivela falsato dalla eccedenza di un discorso verbale mirato più alla celebrazione retorica dei miti nazionali che a soddisfare la curiosità dello spettatore. Il conflitto tra oggetto artistico e ekphrasis riaffiora nella performance realizzata da Jurij Al’bert il 15 ottobre. Non pago di avere «costretto» il Louvre ad aprire un minuto prima per tutto il periodo della mostra, l’artista concettuale ha proposto a un gruppo di volontari di tenersi per mano e lasciarsi condurre da una guida per un’escursione a occhi bendati lungo le sale del museo. Rielaborando un tema a lui caro, quello della cecità, Al’bert spinge lo spettatore ad avventurarsi negli interstizi tra visione negata e surrogato verbale, tra il ricordo di un’opera celebre e la propria immaginazione. E gli permette di immedesimarsi con i protagonisti di un quadro esposto non al Louvre, bensì al museo di Capodimonte: La parabola dei ciechi di Pieter Bruegel.
Pittura sovietica. Mostra a Milano

MOSTRA DI PITTURA RUSSA E SOVIETICA
Dal 12 aprile al 31 maggio 2012 al Teatro della Cooperativa di Milano
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Realismo socialista a Codroipo


REALISMO SOCIALISTA
IN CECOSLOVACCHIA: 1948 - 1989

23 marzo 2012 - 8 luglio 2012

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Vision a Chicago


Vision and Communism. Una mostra a Chicago
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Building The Revolution 
Building the Revolution: Soviet Art and Architecture 1915-1935

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Asta Dorotheum

Ilya Kabakov, "All'università" 1972, 2002
prezzo realizzato € 754.800

Asta di arte contemporanea da Dorotheum
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Rodčenko a Roma

Mostra organizzata da Moskow House of Photography Museum. A cura di Olga Sviblova. 11 ottobre 2011 - 8 gennaio 2012. Roma, Palazzo delle Esposizioni
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Il mondo obliquo del ribelle Rodcenko, di Lea Mattarella - la Repubblica



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